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Industrial Accelerator Act, CNA: l’Europa rischia un’accelerazione incompleta

10/04/2026

Industrial Accelerator Act, CNA: l’Europa rischia un’accelerazione incompleta

L’Europa può rafforzare davvero la propria base produttiva solo se smette di pensare la politica industriale come un terreno riservato quasi esclusivamente ai grandi gruppi. È il messaggio, netto e politicamente rilevante, che CNA, Confartigianato e Casartigiani hanno portato al tavolo di confronto dedicato all’Industrial Accelerator Act, alla presenza del vicepresidente della Commissione europea per la Prosperità e la strategia industriale, Stéphane Séjourné.

La posizione espressa dalle tre confederazioni parte da un punto preciso: l’Industrial Accelerator Act potrà trasformarsi in uno strumento realmente efficace per la crescita dell’economia continentale soltanto se saprà includere in modo strutturale le micro e piccole imprese all’interno delle filiere strategiche. In assenza di questo riequilibrio, il rischio è quello di costruire un impianto normativo ambizioso nella forma ma parziale nella sostanza, incapace di intercettare la struttura reale del tessuto produttivo europeo.

Il confronto, svoltosi a Roma con il coinvolgimento degli stakeholder economici, ha rappresentato anche un passaggio istituzionale significativo. Le associazioni hanno infatti sottolineato il valore dell’iniziativa promossa dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che ha consentito un dialogo diretto tra il sistema produttivo italiano e i vertici di Bruxelles su un dossier destinato a incidere profondamente sugli equilibri industriali del continente.

Una politica industriale che rischia di restare troppo “verticale”

Il nodo principale sollevato da CNA e dalle altre organizzazioni riguarda l’attuale perimetro della proposta europea, oggi fortemente concentrato su settori come chimica, metalli e automotive. Ambiti certamente strategici, ma che non esauriscono né rappresentano da soli la complessità del sistema manifatturiero europeo.

Secondo le confederazioni, una visione così impostata rischia di sottovalutare il ruolo delle oltre 26 milioni di piccole e medie imprese europee, che non operano ai margini del sistema, bensì lungo tutta la catena del valore. Il punto non è contestare la centralità dei comparti industriali più pesanti, ma evitare che la politica industriale europea finisca per riconoscere come strategico soltanto ciò che è grande, concentrato e facilmente classificabile nei codici dell’industria tradizionale.

Tra le esclusioni ritenute più significative vengono richiamati alcuni pilastri del Made in Europe e, in particolare, del Made in Italy, come moda, arredo e agroalimentare. Settori che non soltanto generano valore economico, ma rappresentano anche un presidio identitario, occupazionale e territoriale, spesso fondato proprio sulla diffusione capillare delle piccole imprese.

“Think Small First” non come slogan, ma come criterio normativo

La richiesta avanzata da CNA, Confartigianato e Casartigiani è chiara: l’Industrial Accelerator Act deve essere costruito secondo una rigorosa applicazione del principio “Think Small First”. Non un richiamo formale alla centralità delle PMI, ma un criterio operativo da tradurre in misure concrete, strumenti accessibili e condizionalità calibrate sulla reale capacità organizzativa delle imprese di minori dimensioni.

Questo significa, prima di tutto, accompagnare l’evoluzione delle piccole imprese verso un ruolo più avanzato di fornitori qualificati nelle filiere strategiche europee. Per farlo, secondo le confederazioni, servono incentivi mirati alle aggregazioni, ai contratti di rete e a tutte quelle forme collaborative che permettono anche alle realtà meno strutturate di entrare nei mercati dell’innovazione, della transizione energetica e della manifattura ad alto valore aggiunto.

È qui che si gioca una delle partite decisive della competitività europea: non tanto nella semplice protezione dell’industria esistente, quanto nella capacità di ampliare la base delle imprese in grado di partecipare ai nuovi processi industriali. Se l’accelerazione resta concentrata solo sui vertici della piramide, l’effetto complessivo sul sistema economico rischia di essere molto più limitato di quanto annunciato.

Made in EU, appalti e investimenti: le criticità evidenziate dalle confederazioni

Uno dei passaggi più delicati del confronto ha riguardato il criterio di origine “Made in EU” negli appalti pubblici e nei sistemi di incentivazione. Si tratta di una leva che, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbe rafforzare l’autonomia strategica europea e premiare la produzione interna. Ma proprio su questo punto le organizzazioni artigiane hanno invitato Bruxelles alla cautela.

Il principio, hanno osservato, può produrre effetti positivi soltanto se applicato in modo proporzionato e pragmatico. Se trasformato in un meccanismo rigido, rischia invece di innescare conseguenze controproducenti: ritorsioni commerciali, aumento dei costi delle materie prime, difficoltà di approvvigionamento e un ulteriore aggravio proprio per quelle imprese che dispongono di minori margini organizzativi e finanziari.

In altre parole, una misura pensata per rafforzare la competitività europea potrebbe finire per penalizzare proprio la parte più diffusa e vulnerabile del suo sistema produttivo. È una contraddizione che le confederazioni mettono chiaramente sul tavolo, ricordando che la competitività non si misura solo nella capacità di presidiare i grandi mercati, ma anche nella tenuta quotidiana delle filiere territoriali.

Preoccupazioni analoghe sono state espresse anche sul versante degli investimenti esteri. Gli obblighi di notifica e le condizionalità previste, se non correttamente bilanciati, potrebbero tradursi in un surplus di burocrazia tale da disincentivare l’afflusso di capitali, proprio in una fase in cui l’Europa punta a rafforzare la propria capacità di investimento industriale.

Decarbonizzazione sì, ma senza nuovi ostacoli amministrativi

Altro punto decisivo, quello della semplificazione autorizzativa. Per CNA e le altre confederazioni, la vera leva che può rendere praticabile la transizione ecologica non è soltanto la disponibilità di fondi o di incentivi, ma la capacità delle amministrazioni di garantire tempi certi, procedure leggibili e un coordinamento efficace tra i diversi livelli istituzionali.

Il timore espresso è che, sotto la spinta di obiettivi condivisibili in materia di sostenibilità, si possa finire per produrre un ulteriore stratificarsi di adempimenti e requisiti documentali. Un esito che avrebbe effetti particolarmente pesanti sulle micro e piccole imprese, spesso prive di strutture interne dedicate alla compliance normativa.

La decarbonizzazione, in questa prospettiva, non può essere affrontata come una sommatoria di vincoli tecnici o amministrativi. Deve diventare un percorso sostenibile anche dal punto di vista organizzativo, capace di accompagnare le imprese e non di selezionarle esclusivamente in base alla loro capacità di assorbire complessità burocratica.

È per questo che, nelle conclusioni consegnate al vicepresidente Séjourné, CNA, Confartigianato e Casartigiani hanno posto l’accento su un passaggio spesso meno visibile ma decisivo: quello della legislazione secondaria. Sarà infatti lì, più ancora che nei principi generali, che si misurerà la reale efficacia dell’Industrial Accelerator Act.

La partita, in sostanza, non si giocherà soltanto sulle dichiarazioni di intenti o sulla cornice politica del provvedimento, ma sulla capacità della Commissione europea di tradurre l’ambizione industriale in norme realmente accessibili, proporzionate e compatibili con la struttura produttiva del continente. Se Bruxelles saprà farlo, l’Industrial Accelerator Act potrà davvero diventare un acceleratore. Se invece continuerà a ragionare con una grammatica pensata quasi esclusivamente per la grande industria, rischierà di lasciare ai margini proprio quella parte d’Europa che ogni giorno ne tiene in piedi l’economia reale.

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Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.